Tu dove sei?

Domanda
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Aumentare la presenza delle forze dell'ordine in tutte le zone della città per avere più sicurezza.

La sicurezza nelle città continua a essere fra i temi più caldi. Dalla micro-criminalità (furti, scippi, vandalismo, ecc.) allo spaccio fino agli omicidi, sono tanti gli aspetti che un sindaco è tenuto ad affrontare per garantire l'incolumità dei suoi cittadini. Il modo in cui decide di farlo influisce molto sulla qualità della vita, sia da un punto di vista fisico che psicologico.

Pro L'unico modo per sentirsi più sicuri è avere un forte dispiegamento di forze dell'ordine per le strade. Affrontare il problema in modo così drastico è necessario, vista l'importanza assoluta che ha l'argomento per la vivibilità delle nostre città. Come cittadini abbiamo il diritto di essere sempre al sicuro, e il sindaco ha come dovere quello di fare di tutto per rendere questo diritto una realtà.

Contro La militarizzazione delle città non è la soluzione. Riempire strade e piazze con membri delle forze dell'ordine crea solo un'atmosfera di terrore. La paura non deve essere la risposta. Inoltre questa scelta danneggia il turismo. Le persone che vengono a vedere le nostre meraviglie non possono essere sempre circondate dalle forze dell'ordine.

Domanda
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Garantire a tutte le comunità religiose della città adeguati luoghi di culto, ove necessario attraverso la costruzione di nuovi edifici.

La libertà religiosa è un principio costituzionale, regolato da vari articoli (3, 7, 8, 19, 20, 21, 117). Lo stato italiano è laico e in quanto tale deve assicurare a ogni confessione religiosa lo stesso trattamento. Lo stato stipula con ciascuna dei concordati (art. 8) in cui da un lato sancisce il diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, dall'altro il dovere di rispettare l'ordinamento italiano. Tutte le principali religioni in Italia hanno stipulato un concordato con lo stato italiano, tranne l'Islam (questa situazione è data dallla mancanza di una forma associativa chiaramente rappresentativa della maggioranza dei musulmani in Italia). Negli ultimi anni, vista l'ondata di terrorismo islamico di natura radicale, sono stati molti i dibattiti sull'apertura di nuove moschee sul suolo italiano.

Pro Ogni religione in Italia ha diritto di esistere. Dare la possibilità a tutte le confessioni di costruire i propri edifici di culto è un dovere del nostro stato. Inoltre, visto il momento storico che viviamo, esasperare il clima non gioverebbe a nessuno. Il radicalismo nasce proprio quando alcune comunità vengono "ghettizzate", senza dare loro la possibilità di professare liberamente il proprio credo.

Contro Il diritto di professare la propria religione è bilanciato dal dovere di rispettare le leggi dello stato italiano, lo dice la nostra costituzione (art. 8). I luoghi di culto adeguati, anche nuovi, vanno perciò assicurati solo alle comunità che rispettano l'ordinamento giuridico del nostro paese. In aggiunta, negli ultimi tempi i luoghi di culto di alcune religioni stanno diventando scuole di formazione per il terrorismo radicale, un elemento che potrebbe mettere in pericolo la sicurezza degli italiani.

Domanda
3/20
 

Incentivare car-sharing e trasporto privato senza licenza, i cittadini devono poter scegliere liberamente di quale servizio usufruire.

La sharing economy è sempre più diffusa nel nostro paese. Viaggi, case, mezzi di trasporto: ormai applicazioni e servizi si diffondono a macchia d'olio. Nelle grandi città hanno particolare successo il car-sharing (enjoy, car2go, ecc) e il trasporto privato senza licenza (uber). Servizi innovativi ma spesso oggetto di polemiche, specie da parte delle categorie che forniscono servizi pubblici o che svolgono il loro mestiere con licenza rilasciata tramite concorso dai comuni. Per fare un esempio, gli scioperi dei tassisti (con relative proteste dei sindacati), hanno infuocato il dibattito intorno a servizi come uber.

Pro Queste novità di applicazioni e servizi rendono le nostre città più vivibili e più smart. È inutile cercare di limitare e/o contrastare le nuove forme di mobilità. Ed e innegabile che in città in cui il trasporto pubblico è lacunoso e mal gestito, queste realtà siano un paracadute fondamentale per studenti, lavoratori e cittadini in generale. È perciò quantomeno doveroso che le amministrazioni comunali si spendano (con energie e soldi) per incentivare queste forme di trasporto.

Contro Pensare che i comuni debbano incentivare queste forme di trasporto è un controsenso. Da un lato si dimostra la sconfitta da parte delle amministrazioni nel fornire ai cittadini un appropriato servizio pubblico di trasporti, dall'altro si favoriscono con soldi pubblici forme concorrenti di trasporto privato. Finché il comune non riesce a fornire un servizio pubblico degno, ed accessibile a tutti i cittadini, non ha senso che si spenda per queste alternative.

Domanda
4/20
 

Autorizzare l'apertura di ristoranti o negozi di alimentari nel centro storico solamente ad esercizi che vendono principalmente prodotti locali.

Nel marzo scorso il sindaco di Firenze Dario Nardella e la sua giunta hanno introdotto una norma molto discussa. Per proteggere i prodotti del made in Italy, e in controtendenza rispetto alla deregulation degli ultimi anni, è stato stabilito che nel settore alimentare e ristorazione possono aprire solo esercizi commerciali in cui si vendono per il 70% prodotti toscani. La norma è stata giustificata come un modo per limitare l'invasione dei prodotti alimentari globali e per proteggere i valori culturali del cibo nel centro storico.

Pro L'Italia è famosa in tutto il mondo per il suo cibo e la sua tradizione alimentare. La decisione di autorizzare l'apertura solo di un certo tipo di esercizi commerciali, specie nel centro storico, è una scelta di buon senso. Non si tratta di discriminazione culturale. Si sta semplicemente valorizzando una delle cose che rendono le nostre città uniche nel mondo. Una scelta motivata anche dal tentativo di fermare il crescente numero di mini-market nel centro storico che vendono alcolici e che rimangono aperti fino a notte fonda.

Contro Si tratta di una discriminazione. Il mondo cambia, così come cambiano le tradizioni culinarie. Per esempio negli Stati Uniti la cucina fusion fra diverse tradizioni è un’opportunità da sfruttare e non un pericolo da evitare. Non si può cercare di bloccare un cambiamento inevitabile. Se l’obbiettivo è colpire i mini-market aperti tutta la notte che vendono alcolici, basta assicurarsi che questi abbiano le dovute licenze, senza danneggiare i ristoranti in regola che hanno l’unica "colpa" di cucinare cibo non locale.

Domanda
5/20
 

Regolamentare la prostituzione di strada attraverso l'individuazione di "zone franche" in cui concentrare il fenomeno.

In Italia la prostituzione è regolata dalla Legge Merlin del 1958. La norma mira a combattere la prostituzione contrastando sia lo sfruttamento che il favoreggiamento. Ma nonostante la chiusura delle case di prostituzione - ma la norma cita anche “i quartieri e qualsiasi altro luogo chiuso” - il fenomeno è comunque molto diffuso nel nostro paese. In alcune città è stato in qualche caso tentata (ufficialmente e non) la creazione di zone franche, in cui circoscrivere il fenomeno e tollerarne la presenza.

Pro Nonostante lo sfruttamento della prostituzione sia reato, la cosa avviene sotto gli occhi di tutti, soprattutto nelle grandi città. Visto che il fenomeno non si riesce a debellare completamente, ha senso cercare di limitare i danni e il degrado. Circoscrivere il fenomeno a zone ben definite sarebbe un passo in avanti, e avrebbe vantaggi soprattutto dal punto di vista del decoro. In alcune grandi città la prostituzione di strada è diffusa sia in periferia sia in zone semi-centrali, e crea un’atmosfera sgradevole diffusa.

Contro Accettare le zone franche vuol dire arrendersi e chiudere gli occhi su quello che succede in realtà. Molto spesso le donne che si prostituiscono sono indotte a farlo e sfruttate: tollerare le zone franche non fa altro che alimentare il loro schiavismo. Spostare il fenomeno in zone apposite non risolve il problema culturale legato all’acquisto di corpi. La prostituzione va combattuta e non accettata come qualcosa di imbattibile.

Domanda
6/20
 

Pubblicare online tutte le ricevute per le spese rimborsate a sindaco e giunta nell'esercizio delle loro funzioni.

Nella sezione "amministrazione trasparente" dei siti web comunali è possibile monitorare diversi elementi riguardanti le cariche elettive. Per esempio i compensi che ricevono, gli incarichi ricoperti, gli importi pagati con fondi pubblici per viaggi e missioni di servizio. I primi cittadini possono inoltre usare la carta di credito dell'ente locale per spese collegate allo svolgimento delle funzioni istituzionali (e non per scopi privati). La fine della giunta Marino fu scatenata, fra le altre cose, anche dalla pubblicazione da parte dell'ex sindaco delle ricevute della carta di credito comunale. L’uso per scopi privati della carta di credito comunale è reato, per la precisione peculato.

Pro Il caso Marino dimostra perché sia necessaria la completa trasparenza di tutto quello che succede negli uffici del sindaco e della sua giunta. Queste spese sono rimborsate con fondi pubblici, e proprio per questo motivo i cittadini hanno il diritto di conoscere la loro natura. I cittadini devono avere la possibilità di monitorare l'attività dei propri rappresentanti. La pubblicazione online di queste spese costringerebbe i sindaci a mantenere un comportamento legalmente e moralmente accettabile.

Contro Il sindaco e i membri della giunta devono poter agire senza sentirsi costantemente messi in discussione dagli elettori. Costringerli a pubblicare le ricevute di ogni singola spesa corrisponde a una mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni, elemento fondamentale di una democrazia rappresentativa.

Domanda
7/20
 

Migliorare la qualità dei servizi pubblici (come i trasporti) privatizzandoli, anche a costo di un innalzamento dei prezzi.

Fra le funzioni principali di un'amministrazione comunale c'è quella di fornire servizi ai propri cittadini. Servizi "volti a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla vita, alla salute, alla libertà ed alla sicurezza, alla libertà di circolazione, all'assistenza e previdenza sociale, all'istruzione ed alla libertà di comunicazione" (legge 12 giugno 1990, n. 146). Proprio per queste caratteristiche, questi servizi sono stati affidati al settore pubblico, che per definizione dovrebbe garantirne l'accesso a tutta la cittadinanza. A volte però, per incapacità o mancanza di risorse, questi servizi vengono affidati a società private che, ovviamente, devono rispondere anche ad altro oltre che all'interesse pubblico.

Pro Molti comuni italiani, specie fra i più grandi, hanno bilanci di gestione pieni di debiti. Questo rende a volte impossibile fornire ai cittadini i servizi necessari. Che senso ha pretendere di offrire un servizio pubblico a tutti quando in realtà il servizio è pessimo per tutti, se non addirittura assente? Se privatizzare è l'unico modo per assicurarsi un corretto funzionamento, ben venga, anche a costo di un innalzamento dei prezzi. In alcuni comuni, specie nei trasporti, il "minimo sindacale" non è garantito, così le città sono poco vivibili e meno attrattive per turisti e studenti.

Contro Le società private non agiscono nell'interesse della collettività. Affidare loro la gestione di servizi basilari come il trasporto è un fallimento per un'amministrazione comunale. Il rischio è che il gestore privato non si faccia carico per esempio delle tratte meno remunerative ma comunque utili ad alcune fasce della popolazione, spesso per altro più deboli, come gli anziani. Garantire a tutti i servizi indispensabili è un dovere del settore pubblico.

Domanda
8/20
 

Rendere trasparenti i bilanci delle aziende partecipate e fornire informazioni sui trasferimenti del comune a loro favore.

Ad oggi la materia delle aziende partecipate da enti locali è circondata da un alone di mistero, a cominciare dal loro numero. Non è infatti chiaro nemmeno quante siano: per il sistema conti pubblici territoriali (CPT) sono 4.126, per il mef sono 7.726, per la presidenza del consiglio sono 7.712, per la corte dei conti 7.472, per istat 11.024, per cerved 14.000 e per Bureau Van Dijk 5.146. I cittadini hanno a disposizione pochissime informazioni sulle aziende partecipate dal proprio comune, sui loro bilanci e soprattutto sul numero di trasferimenti a loro favore da parte dell'ente pubblico.

Pro Il numero delle partecipate è molto alto e sono sempre di più i comuni che decidono di affidar loro la gestione di servizi. Un trend consolidato che per forza di cose rende queste aziende a volte molto importanti per la vita dei cittadini. Dai mezzi pubblici, alla gestione dei rifiuti, fino alle case popolari, spesso sono proprio le partecipate a gestire servizi chiave dei comuni. La trasparenza dei loro bilanci e dei trasferimenti dei comuni a loro favore è assolutamente necessaria.

Contro Trasparenza non vuole dire efficienza. Per quanto sia importante tenere informati i cittadini, non è questa la soluzione per migliorare i servizi della città. Queste informazioni finirebbero troppo spesso al centro di polemiche e mala informazione, influenzando negativamente le scelte degli organi decisionali delle stesse.

Domanda
9/20
 

Decentrare il potere a favore dei municipi/circoscrizioni, affidandogli la gestione dei servizi e delle relative tasse.

Le città con oltre 100.000 abitanti hanno l'obbligo di istituire le cosiddette "circoscrizioni di decentramento comunale". Organismi a cui il comune può delegare la gestione dei servizi per specifici quartieri o frazioni. Come sancito dal decreto legislativo 267 del 2000 (art. 17) l'organizzazione e le funzioni delle circoscrizioni sono disciplinate dallo statuto comunale. Le circoscrizioni sono dotate di propria soggettività, ma prive di personalità giuridica. Nelle grandi capitali europee (come Parigi e Londra) i distretti municipali hanno molti più poteri, a volte gestendo direttamente anche i servizi pubblici.

Pro Sono almeno due i motivi per cui è necessario decentrare a favore di municipi e circoscrizioni. Innanzi tutto i cittadini spesso non sanno a chi rivolgersi per risolvere eventuali problemi, dalla manutenzione delle strade alla gestione degli asili nido. Inoltre decentrare il potere permette di gestire meglio la città, e avvicina gli amministratori ai cittadini. Soprattutto nei comuni più grandi, in cui i problemi e le rispettive soluzioni variano da un quartiere all’altro, una risposta centrale e unica non può essere efficace. Decentrare è l’unica soluzione per avere servizi migliori e circoscrizioni governate meglio. Il sindaco e il comune devono diventare i coordinatori che stabiliscono le linee guida generali e per il resto lasciano spazio ai municipi

Contro Decentrare il potere verso le circoscrizioni creerebbe ulteriore confusione. L’assetto attuale è perfettamente valido perché così sindaco e giunta hanno il pieno controllo sulle decisioni importanti per la città. ”Raddoppiare” i vertici decisionali creerebbe confusione su chi è direttamente responsabile per specifiche aree di intervento. E soprattutto renderebbe più difficile stabilire la responsabilità politica di certe decisioni. Responsabilità che spesso deve prendersi il sindaco. C’è infatti anche una questione di rilevanza politica di chi ricopre certe posizioni. Il primo cittadino nelle grandi città è spesso una figura di rilievo nazionale, mentre i presidenti di circoscrizioni sono figure della politica locale. Per prendere certe decisioni ci vogliono personalità con esperienza e schiena dritta.

Domanda
10/20
 

Aumentare sia le giornate con blocco delle auto (con mezzi pubblici gratis), sia allargare le zone coperte da traffico limitato, per evitare superamento delle soglie di inquinamento.

Il Decreto Legislativo 15/2010 pone come limite per la concentrazione di PM10 il valore di 50 µg/m3 come media giornaliera da non superare per più di 35 volte in un anno. Per il report annuale di Legambiente "Mal'aria", su 90 città monitorate nel 2015 ben 48 (il 53%) hanno superato la soglia dei 35 giorni. Un problema evidente che mette a rischio la vita, e la qualità della vita, dei cittadini italiani. Ogni anno, soprattutto d'inverno e nelle grandi città, torna l'emergenza per il superamento della soglia consentita, costringendo i sindaci ad adottare misure temporanee ad hoc. Nel corso degli anni sono stati scelti vari interventi, dal blocco totale del traffico (anche in giorni lavorativi), all'abbassamento del riscaldamento nei condomini.

Pro È inutile aspettare sempre l’ultimo momento, vivere “in emergenza” per un paio di settimane l’anno e non affrontare mai realmente il problema. L’inquinamento va gestito in modo costante, con interventi permanenti. Aumentare le giornate senza auto, e allargare le zone a traffico limitato, sono due scelte coraggiose che limitano il rischio di superare le soglie consentite per legge. Tutti possiamo sacrificare un po' della nostra libertà di movimento per avere una mobilità più sostenibile e favorire così un’aria più pulita. Un sindaco che mette in calendario i giorni di blocco delle auto e allarga le zone a traffico limitato, è un sindaco che ha a cuore il futuro dell'ambiente e la salute dei cittadini.

Contro Queste due misure, e in particolare l'allargamento delle ztl, danneggiano fortemente gli esercizi commerciali del centro. Limitare il traffico in certe zone ostacola l'afflusso della possibile clientela nei negozi. Inoltre è assurdo pensare che questi rimedi possano contribuire realmente a migliorare la situazione ambientale delle nostre città. Ancora una volta la politica cerca di rimediare a errori del passato facendo ricadere il peso di certe scelte solo sui cittadini. Fermare le macchine una volta al mese e allargare le ztl non sono soluzioni a lungo termine. Vanno messe in atto politiche più coraggiose e di più ampio raggio.

Domanda
11/20
 

Dare in gestione a grandi aziende e a privati i beni del patrimonio artistico culturale in cambio del loro restauro e della loro manutenzione.

Nel luglio del 2013 il comune di Roma ha dato in concessione per 15 anni a Fendi il Palazzo della civiltà italiana (il cosiddetto Colosseo quadrato). Il palazzo, rimasto inutilizzato per anni, è stato concesso con il vincolo di destinazione museale aperta al pubblico del pian terreno, e Fendi ha sostenuto le spese di restauro. Questo è solo un esempio di una nuova politica che mette insieme pubblico e privato. Con la concessione, da un lato il comune permette di sfruttare beni immobiliari altrimenti inutilizzati e su cui non riesce a fare lavori di restauro o manutenzione; dall'altro il privato ottiene la possibilità di usare palazzi e immobili storici, pubblicizzando anche il proprio marchio.

Pro Questa soluzione va incontro a due esigenze molto chiare, dell’amministrazione pubblica da un lato e dei privati dall’altro. Viste le ristrettezze dei bilanci comunali, è evidente che un sindaco non può investire quanto dovrebbe nel restauro e nelle manutenzione di beni del patrimonio artistico culturale. Allo stesso tempo molte aziende private sono disposte ad investire per restaurare beni di interesse pubblico, ricevendone in cambio pubblicità o, come nel caso di Fendi a Roma, la concessione per l'utilizzo del bene. Non c'è niente di male nel collaborare coni privati: il bene rimane pubblico, riceve la dovuta manutenzione, e soprattutto viene messo a frutto invece di rimanere inutilizzato.

Contro I beni del patrimonio artistico culturale devono rimanere sotto la gestione diretta del comune. Non devono diventare dei giganteschi manifesti pubblicitari per aziende private, che hanno come unico scopo il proprio interesse commerciale. Inoltre si corre il rischio di avere un comune debole, che dovrà essere riconoscente nei confronti di un'azienda che è intervenuta nel momento del bisogno, occupandosi della manutenzione e restauro del bene. Piuttosto che darli in gestione a grosse aziende, questi beni dovrebbe essere dati in concessione a comitati cittadini.

Domanda
12/20
 

Consumare il suolo per costruire grandi opere e nuovi quartieri urbanizzati è un'opportunità di sviluppo e di rilancio delle periferie.

Secondo l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) il consumo di suolo in Italia continua a crescere in modo significativo, pur segnando un rallentamento negli ultimi anni: tra il 2008 e il 2013 si sono persi in media 55 ettari al giorno, con una velocità compresa tra i i 6 e i 7 metri quadrati di territorio al secondo. A livello nazionale il suolo consumato è passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7,0% stimato per il 2014, con un incremento di 4,3 punti percentuali. In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 21.000 chilometri quadrati del nostro territorio. Suolo che è una risorsa fondamentale per l'uomo, e soprattutto non rinnovabile.

Pro Il suolo è una certamente una risorsa. Ma è anche necessario lavorare allo sviluppo delle zone periferiche della città. Edificare spazi adeguati e costruire infrastrutture è un passaggio fondamentale nel processo di sviluppo di zone spesso dimenticate e lontane dai centri più frequentati. Oltre a costruire, è cruciale realizzare una rete di trasporti efficace, capace di spostare i cittadini e di venire incontro alle esigenze di tutti. Consumare il suolo non deve spaventare perché è un'opportunità

Contro Sì allo sviluppo, ma a patto che sia sostenibile. Non si può continuare a consumare suolo in modo scellerato con la scusa che è necessario per il rilancio urbano, anche delle periferie. Inoltre proprio le grandi opere (con relativi appalti) sono spesso finite al centro di scandali mediatici e casi di corruzione che hanno colpito la classe politica. La corsa al cemento in passato ha anche fatto molte vittime, con la realizzazione di opere e infrastrutture non adatte e in zone a rischio idrogeologico.

Domanda
13/20
 

Introdurre il salario sociale per tutti i cittadini in assenza di reddito, a prescindere da altri requisiti (nazionalità, livello sociale, inserimento o meno in percorso di formazione e l'aver lavorato nei 24 mesi precedenti).

Il salario sociale è una forma di sostegno economico per i giovani, i disoccupati o i precari che non superino una certa soglia di reddito. 22 dei 28 stati membri dell'Unione Europea hanno una qualche forma di reddito minimo garantito. Le 6 eccezioni sono: Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia. In Italia attualmente il tema è molto dibattuto in parlamento, ma anche localmente l'argomento sta entrando sempre di più nelle campagne elettorali.

Pro Disoccupazione, precarietà e bassi stipendi hanno già abbattuto la domanda interna e stanno mettendo in ginocchio famiglie e imprese non esportatrici. Il salario sociale per tutti i cittadini in assenza di reddito è una misura di contrasto alla povertà, in grado di restituire dignità alle persone in difficoltà e favorire la ripresa economica permettendo alle persone di accedere ai consumi basilari e riqualificarsi.

Contro È una misura costosa e assistenzialista il cui messaggio implicito sarebbe: non c’è bisogno che lavoriate e vi diate da fare, c’è qualcuno che ci pensa per voi. Si tratta di un enorme investimento economico che rischia di favorire il parassitismo, invece che sostenere una reale ripresa economica. Le casse comunali sono già in ristrettezze, questi programmi peggiorerebbero solo la situazione.

Domanda
14/20
 

Pubblicare online tutte le attività di giunta e consiglio (atti, votazioni, discussioni, presenze e decisioni prese).

Attualmente tutti gli atti dell'attività del comune vengono pubblicati nell'albo pretorio. Vengono pubblicate le deliberazioni, le ordinanze, i manifesti e gli atti che per legge devono essere portati a conoscenza del pubblico. Ogni tipologia di documento deve essere consultabile pubblicamente e liberamente, per un numero di giorni considerato congruo, cioè sufficiente perché i cittadini vengano a conoscenza della decisione. La pubblicazione ha ordinariamente durata pari a 15 giorni.

Pro In un periodo storico in cui i politici (soprattutto quelli locali) sono spesso al centro di scandali mediatici e giudiziari è evidente che bisogna portare alla luce del sole tutto ciò che succede in comune. Spesso si sottovaluta l'importanza della responsabilità politica per le scelte che vengono fatte. Per ogni decisione presa dall’amministrazione comunale, ci devono essere atti che permettono di conoscere i favorevoli e i contrari, le dinamiche del dibattito e gli attori che hanno svolto i ruoli più importanti. I cittadini hanno il diritto di sapere come si comportano le persone che hanno votato. La politica è la gestione del bene pubblico, il comune deve essere una casa di vetro.

Contro Una democrazia rappresentativa si basa sul concetto di fiducia. I cittadini eleggono i propri rappresentanti, ed essi devono agire in piena autonomia, senza sentirsi costantemente osservati dai cittadini. Un accesso illimitato dà alla stampa occasioni infinite per critiche pretestuose su ogni cosa che succede in comune. Gli amministratori devono sentirsi liberi di prendere le loro scelte (anche scomode) per il bene della città, senza il giudizio dei cittadini.

Domanda
15/20
 

Introdurre una procedura pubblica per le nomine comunali che sia totalmente trasparente. Devono essere dichiarati: i componenti della commissione esaminatrice, i criteri di selezione, le candidature pervenute, la graduatoria finale.

Gli scandali mediatici e giudiziari che hanno coinvolto i comuni, e le relative partecipate e agenzie, hanno riportato alla ribalta un sistema oscuro. I casi di Mafia Capitale a parentopoli hanno per molto tempo occupato le pagine dei giornali nazionali, ma la questione non riguarda solamente Roma. Situazioni che da un lato diminuiscono la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, dall’altro rendono complicato per l’amministrazione comunale portare avanti delle reali politiche di cambiamento.

Pro Troppe volte nei comuni sono state nominate persone incapaci, scelte non per il merito ma per logiche clientelari. Questa gestione opaca del potere va interrotta, per questo è fondamentale modificare il regolamento comunale, introducendo una procedura pubblica per le nomine dirigenziali di enti, consorzi o società. Questa riforma avrebbe il grande vantaggio di costringere le amministrazioni ad essere responsabili delle scelte fatte. Tutto deve essere fatto alla luce del sole, rintracciabile e trasparente.

Contro Ormai fare le cose con trasparenza vuol dire farle bene. Mettere insieme un sistema pubblico di selezione per le nomine comunali non vuol dire che si sceglierà la persona giusta. È l'ennesima prova della mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni, elemento fondamentale di una democrazia rappresentativa. Queste nomine spesso riguardano figure chiave all'interno della gestione comunale, la cui selezione non può essere influenzata dall'opinione pubblica.

Domanda
16/20
 

Sospendere il bando comunale da 350euro mensili per le famiglie disposte ad accogliere rifugiati e richiedenti asilo. I soldi comunali andrebbero spesi in altro modo.

A gennaio 2016 il comune di Milano ha annunciato un bando per famiglie disposte ad accogliere rifugiati e richiedenti asilo. L'idea è di razionalizzare l’uso delle risorse statali destinate ai richiedenti asilo, con un risparmio addirittura del 70% sulla spesa media per l’ospitalità. La permanenza nei centri Sprar ha un costo di 35 euro pro capite al giorno, mentre il costo preventivato dell’accoglienza in famiglia è di 10,50 euro. L’alloggio deve essere localizzato all’interno del territorio comunale e deve risultare idoneo per l’uso abitativo. In particolare, le famiglie ospitanti devono mettere a disposizione una camera da letto dedicata in maniera esclusiva all’ospite/ospiti e garantire l’utilizzo di servizi igienico-sanitari e un arredo minimo per il deposito di abiti e beni personali. Il rimborso per le famiglie è di 350 euro al mese.

Pro Il bando introdotto dalla giunta Pisapia è un uso pessimo dei soldi pubblici. Ci sono tantissime famiglie italiane bisognose di aiuto, e sarebbe molto più sensato spendere questi soldi per loro. Inoltre dal punto di visto logistico, e della sicurezza domestica, portare queste persone in casa rappresenta un rischio. Questi ospiti nella maggior parte dei casi sono in attesa di una risposta alla loro richiesta di asilo, e "parcheggiarli" a casa di famiglie italiane è solo un pericolo. I centri Sprar permettono una più facile gestione della questione, senza aggiungere variabili difficili da controllare.

Contro Milano come sempre si è contraddistinta per la sua accoglienza. Oltre alle politiche portate avanti dall'amministrazione, anche i cittadini sono sempre stati disposti a dare una mano. Dare a queste persone la possibilità di vivere in mezzo ai milanesi è l'inizio di un processo che porta più facilmente alla loro integrazione. Farli vivere in centri isolati dal resto della società porta solo alla loro emarginazione. Ospitare queste persone nelle famiglie disposte ad accoglierli può anche essere un modo per introdurli alla nostra cultura e al modo di vivere dei milanesi. Sospendere il bando avrà più conseguenze negative che positive.

Domanda
17/20
 

Vendere le quote del Comune di Milano in AREXPO per fare cassa in modo da poter fare altre investimenti (es. case popolari).

Arexpo è una società nata il 1º giugno 2011 con lo scopo di acquisire le aree di Expo 2015, metterle a disposizione dell'azienda per organizzare l'esposizione universale e gestire lo sviluppo urbanistico dell'area, in particolare dopo l’esposizione. La società è così partecipata: la regione Lombardia ne detiene il 34,67%, il comune di Milano il 34,67%, la Fondazione fiera di Milano il 27,66%, la provincia di Milano il 2,00% e il comune di Rho l'1,00%. Il capitale sociale delle quote del comune è di €32.590.000. La società ha lo scopo di curare anche la riqualificazione delle aree al termine della manifestazione.

Pro Il comune di Milano ha già dato tanto per il successo di Expo. Ora che l'esposizione è finita, le quote che l'amministrazione detiene in Arexpo andrebbero vendute e reinvestite. Oltre 30 milioni di euro che potrebbero essere spesi per costruire e gestire case popolari, e tentare di rispondere ai tanti problemi della città. Il settore pubblico ha fatto la sua parte (anche dal punto di vista economico), ora è il momento di dedicare risorse ad aspetti più vicini alla vita dei milanesi. Finanziare il welfare è una priorità.

Contro L'Expo è stato un grande successo per la città di Milano. Non occuparsi di quello che avviene nelle zone che hanno ospitato l’esposizione è un rischio e soprattutto un peccato enorme. Sono aree che possono continuare ad avere un interesse pubblico e un ruolo importante nella vita dei milanesi. Vendere le quote per investire nel welfare sarebbe un peccato. Piuttosto andrebbero spesi in maniera più razionale ed efficiente i soldi destinati al sociale.

Domanda
18/20
 

Terminare l'esperienza dell'Area C, riportando in essere l'Ecopass della giunta Moratti.

Area C è un’area del centro storico di Milano con restrizioni di accesso per alcuni tipi di veicoli. Il progetto è nato anche per rispettare la volontà espressa dai cittadini milanesi durante il referendum del 12-13 giugno 2011. Evento che ha coinciso con l'arrivo di Giuliano Pisapia a Palazzo Marino. Prima di lui la giunta guidata da Letizia Moratti aveva implementato una cosiddetta "pollution charge". L'ecopass si limitava a richiedere alle vetture inquinanti di pagare un contributo per l'inquinamento apportato al centro città. La differenza principale è che invece che limitare tutti (Area C), si fa pagare solo che inquina (Ecopass).

Pro Con Area C i residenti all’interno della cerchia dei bastioni sono molto penalizzati. Il diritto di uscire dall’Area C e rientrare a casa propria in auto deve essere garantito. Inoltre non si può generalizzare, i mezzi ecologici e a basse emissioni devono essere esentati dal pagamento del ticket. L'ecopass ha molto più senso. Paga chi inquina, e soprattutto si paga in proporzione all’inquinamento prodotto dal proprio veicolo. Meglio così, piuttosto che far pagare tutti.

Contro Il punto non è che deve pagare solo chi inquina. Il punto è che tutti dobbiamo inquinare di meno. La questione ambientale non può essere ignorata né ridotta al "chi inquina paga". Tutti devono affrontare la questione. Inoltre l'Area C ha ridotto il traffico in centro, favorito il miglioramento dei mezzi pubblici e lo sviluppo del car sharing.

Domanda
19/20
 

Riaprire i navigli, un progetto necessario che darà molto alla città dal punto di vista estetico, turistico ed economico.

Nel 2013 l'amministrazione comunale ha affidato uno studio di fattibilità per la riapertura dei navigli a un gruppo di lavoro interdisciplinare coordinato dal Politecnico di Milano, che vede coinvolte diverse università, professionisti ed esperti. Dal punto di vista economico, la valutazione stima i costi in 406 milioni di euro e prevede che i benefici collettivi siano di circa 800 milioni di euro, misurabili in miglioramento della qualità urbana, aumento della profittabilità delle attività commerciali e dell’attrattività turistica, nonché nell’incremento dei redditi per effetto dell’investimento.

Pro Riaprire i navigli significa riattivare tutto il sistema non più per il solo trasporto merci, ma per i nuovi bisogni del turismo, del tempo libero, della cultura e del paesaggio, facendo rientrare a pieno titolo Milano tra le “città d’acqua” europee (come Venezia, Amsterdam, Strasburgo e altre). Si tratta di un investimento importante, ma che darà molto Milano e che il comune deve mettere al centro delle sue priorità.

Contro Spendere 406 milioni per riaprire i navigli sarebbe un cattivo investimento. È un progetto che creerebbe tantissime difficoltà per il centro della città, sia dal punto di vista della mobilità che della vivibilità. Aprire i corsi d'acqua produrrebbe problemi igienici non trascurabili. I soldi per la riapertura dei navigli potrebbero essere spesi, per esempio, per la ristrutturazione di strutture pubbliche, come le scuole.

Domanda
20/20
 

Vendere il patrimonio immobiliare milanese investendo i soldi per lo sviluppo delle periferie.

Nel mese di ottobre 2009 la giunta comunale ha istituito il nuovo fondo comune di investimento immobiliare, denominato “Comune di Milano II”, proseguendo così il percorso iniziato con il “Fondo Comune di Milano I”. Il primo fondo aveva censito 76 lotti, con un valore preliminare minimo di alienazione di 255.000,000 euro. Nel secondo fondo il valore stimato è di circa 100 milioni di euro. La prerogativa dei fondi è di procedere nei tempi più brevi possibili, dopo un’attività di valorizzazione di alcuni asset, alla dismissione dell’intero portafoglio conferito/ceduto.

Pro L'opera di dismissione del patrimonio immobiliare milanese va continuata perché è necessaria. È inutile mantenere la proprietà di lotti, appartamenti, negozi e altro, quando potrebbero essere venduti a privati e con quei soldi si potrebbero portare avanti progetti per lo sviluppo delle periferie. Non è più il caso di tenere in piedi imperi immobiliari e continuare l'investimento sul mattone: bisogna vendere e investire nelle persone e in progetti nuovi.

Contro Il patrimonio immobiliare milanese ha un enorme valore storico, artistico e culturale. Per questo motivo deve rimanere di proprietà del comune e essere utilizzato per iniziative culturali e sociali. Perché vendere una ricchezza che può avere un utilizzo pubblico?

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